QUANDO IL PREGIUDIZIO LE SPARA “GROSSE” ED IMPEDISCE DI CAPIRE ANCHE LE COSE OVVIE

“Alle scuole private un fiume di soldi pubblici. Settecento milioni l’anno di denaro pubblico vanno ad aiutare gli istituti paritari, mentre lo Stato non ha soldi neppure per rendere sicure le aule. Un flusso che parte dal ministero dell’Istruzione, dalle Regioni e dai Comuni e finisce senza controlli ad enti privati di scarsa qualità o dove i professori ricevono stipendi da fame”. (L’Espresso, 2.02.2015)

Suona proprio così l’incipit di un articolo a firma di Michele Sasso, comparso sulla rivista L’Espresso del 2 febbraio 2015 e ripreso due giorni dopo dal quotidiano La Repubblica. Di fronte a così grossolane e banali “sparate”, tanto più gravi in quanto riportate su due affermati organi di stampa che della fondatezza, della obiettività, della correttezza, della imparzialità, della scientificità della “notizia” vorrebbero fare il proprio “vanto” e la “cifra” del proprio successo editoriale, non si può non rimanere che stupiti.

STUPITI PERCHÉ?

  • perché tranciano giudizi sommari e generalizzati su oltre 12 mila scuole paritarie con oltre un milione e duecento mila studenti come se tutte fossero eguali e tutte potessero essere messe nello stesso identico calderone di quelle, che pure ci sono ma in numero assai esiguo, con bassi standard di qualità. Qualora le scuole paritarie replicassero all’insinuazione e diffamazione utilizzando lo stesso metro di misura per valutare l’intero sistema statale, dove pure non mancano esempi di altrettanta bassa qualità dell’insegnamento, delle strutture edilizie, delle strumentazioni didattiche, dei risultati, dell’organizzazione (basta consultare i Rapporti curati dal MIUR, dai Sindacati, da alcuni Enti di ricerca, dal Censis, da Legambiente, ecc.) si griderebbe alla provocazione, si mobiliterebbe la piazza, si metterebbero in piedi campagne giornalistiche e televisive.
  • perché sotto il profilo giuridico si confonde nel corso dell’articolo citato la “scuola paritaria” con la “scuola privata” quasi che non ci fossero leggi dello Stato italiano (la n.27 del 2006 e la n.62 del 2000), che non definissero in maniera inequivoca i profili delle due tipologie affatto assimilabili tra di loro per le normative che le regolamentano, la diversa funzione pubblica che svolgono, il valore legale dei titoli di studio che rilasciano, la qualità del servizio che erogano;
  • perché si fa finta di ignorare che la legge n. 62 del 2000, nota al pubblico come legge sulla parità scolastica, all’articolo 1, comma 1, sancisca a chiare lettere che le scuole paritarie sono parte “integrante” e “costitutiva” dell’unico sistema nazionale di istruzione e formazione e svolgono un “servizio pubblico” di “interesse pubblico” al pari di quelle statali sebbene la diversa natura giuridica del soggetto (statale o privato) erogatore del loro servizio
  • perché si va contro la Costituzione italiana e il Diritto internazionale in quanto si misconosce il diritto umano e fondamentale della libertà della scelta educativa delle famiglie, che in quanto “diritto”, uno Stato moderno e democratico é chiamato non solo a “prenderne atto”, ma a “sostenerlo” e “promuoverlo” attivamente come quello ad esempio della salute, del lavoro, della sicurezza, ecc.
  • perché si ignora un oggettivo dato statistico: le scuole cattoliche non rappresentano l’intero universo delle scuole paritarie, ma soltanto una parte, in quanto il restante oltre 50% é costituito da scuole i cui soggetti gestori, singoli o collettivi (associazioni, cooperative, Comuni, Province), cattolici non sono affatto;
  • perché si continua a ritenere che il finanziamento pubblico delle scuole paritarie sia una “graziosa” donazione o un ingiusto “privilegio” a danno delle scuole statali e non invece un atto dovuto per il servizio pubblico e nell’interesse pubblico svolto, per di più, a parità di risultati, ad un costo larghissimamente inferiore a quello delle scuole statali (con un rapporto da 1 a 15)
  • perché si fa tabula rasa di principi costituzionalmente fondati come la sussidiarietà e l’autonomia che rendono uno Stato più pluralista, leggero, flessibile, efficiente e quindi meno autoritario, egemone, centralista, burocratico
  • perché avendo la pretesa di attribuire solo allo Stato il diritto assoluto ed esclusivo dell’istruzione e educazione ignorando o mettendo tra parentesi quello della famiglia (che è anche per la Costituzione italiana e la carta dei diritti dell’uomo il primo titolare di questo diritto) si tende ad azzerare le libertà individuali, la democrazia, il pluralismo, la piena cittadinanza dei cittadini
  • perché si ignora quanto avviene da decenni e decenni in tutta Europa, cioè in quelle grandi democrazie “laiche” (come la Francia, l’Olanda, il Belgio, l’Inghilterra, la Germania, la Svezia, ecc), che in ambito di laicità non hanno nulla da imparare dall’Italia, dove in nome della preminenza del valore del soggetto sull’apparato burocratico statalista e in nome della qualità del servizio sulla etichetta (statale o paritaria) attribuita all’istituzione, la scuola non statale é pienamente riconosciuta e legittimata e, perciò, finanziata
  • perché equivocando sulla terminologia “scuola gratuita” (gratuita naturalmente per chi la frequenta e non per chi la gestisce che deve farsi carico di tutti i costi di gestione) si fa finta di ignorare che la scuola statale é “pagata” attraverso i carichi fiscali dalla contribuzione dei cittadini che in quanto tali (cittadini e non sudditi) hanno tutto il diritto di poter optare per quella scuola (statale o paritaria) che a loro insindacabile giudizio dà loro maggiori garanzie di efficacia ed efficienza
  • perché la pretesa statalizzazione dell’intero sistema scolastico togliendo la possibilità di un confronto dialettico tra scuola statale e paritaria, lo irrigidisce, lo ripiega su stesso, lo rende meno evolutivo e aperto all’innovazione e sperimentazione, quindi meno di qualità con danno del soggetto utente che é (non va mai dimenticato) il vero e primo titolare del diritto di istruzione ed educazione
  • perché rappresenta una visione statalista dello Stato di chi teme che il cittadino possa esercitare la sua libertà, compresa quella della libertà di scelta educativa
  • perché la cifra di 700 milioni di euro di finanziamento alle scuole paritarie non corrisponde a verità e qualora lo fosse corrisponderebbe neanche a 600 euro per alunno di scuola paritaria contro gli oltre 7000 euro di costo medio per alunno di scuola statale a carico del bilancio del MIUR. Una cifra questa ultima che andrebbe ulteriormente maggiorata con i costi sostenuti per la parte di loro competenza dagli altri Ministeri come il Ministero della Sanità, dei Trasporti, e dai Comuniti, dalle Province, dall’UE.

Per concludere Al giornalista autore dell’articolo citato, ai Direttori de L’Espresso e di Repubblica con grande rispetto ci permettiamo di ricordare che il vero problema che l’Italia ha da risolvere non è quello della scuola statale o della scuola paritaria ma quello, più a monte, della scuola, della “scuola di qualità”. E’ la qualità che dovrebbe essere al centro dell’attenzione dell’opinione pubblica, come pure della politica e dei mezzi di comunicazione sociale poiché é solo la scuola di qualità (statale o non statale che sia) che potrà garantire all’Italia quel balzo in avanti che la può riscattare dalla situazione di stagnazione strutturale nella quale è sprofondata e che sta generando povertà, marginalizzazione delle classi popolari e giovanile, disoccupazione, devianza, insufficiente competitività sui mercati globali del suo comparto manifatturiero ed industriale. Continuare questa vecchia e monotona polemica, malata di un oscuro ideologismo ottocentesco, riguardo la scuola statale e non statale, significa rimanere sprofondati in una visione passatista che non ha mai avuto senso, tanto meno lo ha oggi. L’istruzione e l’educazione sono un diritto umano fondamentale. Solo la “qualità” di una scuola e non la “natura giuridica” del suo gestore (statale o privato) lo garantiscono e lo promuovono di fatto. Si tratta di una verità lapalissiana, ma che in Italia alcuni, anche se si atteggiano a disinibiti e raffinati intellettuali, stentano (perché vittime di una preclusiva pregiudiziale ideologica) a capire. Dare alle singole famiglie l’opportunità “effettiva”, quindi mettendole nelle condizioni “oggettive” di poter scegliere liberamente la scuola migliore per i propri figli senza essere penalizzate economicamente qualora optassero per quella paritaria, non è soltanto una garanzia di rispetto del diritto e della Costituzione, cioè di civiltà giuridica, ma anche una modalità per incrementare il confronto dialettico ed emulativo tra le scuole e, quindi, spingere l’intero sistema scolastico italiano ad alzare gli standard dei servizi erogati.

Roma 11 febbraio 2015                                                                                                               Francesco Macrì